| |
|
Educare agli stili di vita solidali in famiglia di Vittoria e Pietro Alviti Da
"Presenza Pastorale" 4-5 1999 -- Roma |
|
Lo scorso anno, proprio di questi tempi, Francesco, nostro figlio, era impegnato negli esami di licenza elementare: una volta promosso gli chiedemmo quale regalo avrebbe voluto. Risposta pronta: una maglietta firmata... Non una bella maglietta, no! Una maglietta firmata. È la realtà di tutti i giorni: anche nella nostra famiglia, in cui abbiamo tentato di adottare stili di vita sobri l'attacco consumistico colpisce duramente. E non si sottovaluti l'elemento del vestire: la ricerca esasperata della firma nasconde spesso il nulla e l'assenza del gusto estetico che porta a decidere soltanto sul rumore della campagna pubblicitaria più o meno ben architettata: il vestito diventa una sorta di cartina di tornasole del disorientamento intcriore, della frantumazione esistenziale delle persone, della loro perdita di identità: esistono, sono qualcuno, grazie al nome (anzi, scusate, alla firma) che portano bene in vista su ogni capo d'abbigliamento. Si tratta di una sottile minaccia che lentamente pervade ogni elemento della vita sociale, imponendoci gusti e stili che non corrispondono assolutamente al nostro essere, innanzitutto perché devono essere quanto più labili per essere facilmente consumati e sostituiti da altri. Così addirittura si costruiscono appositamente personaggi per reclamizzare prodotti, sfruttando così la fragilità e il vuoto, la solitudine e l'assenza di riferimenti soprattutto tra le giovani generazioni. Quel cantante, quell'attrice sono un tutt'uno con il loro abbigliamento: diventano il prototipo di una moda che ha come scopo quello di creare necessità psicologiche, di suscitare bisogni fittizi, tramite un'identificazione che provochi aumenti nelle vendite; i risultati li vediamo davanti a noi. I nostri figli che vanno vestiti in modi a dir poco grotteschi, senza alcuna scelta personalizzante... sono il frutto di tante campagna pubblicitarie ben mirate: e si comportano come una popolazione di fantasmi che altri pensano a vestire e a nutrire, rinnovando i costosi guardaroba almeno ogni sei mesi. Il vestito costituisce l'oggetto transazionale, la sicurezza di appartenere a quel clan, di condividere le scelte collettive del gruppo. E molta di questa responsabilità pesa sulle famiglie, che sin da quando sono in fasce, vestono i loro figli con il giacchettino di quella ditta li o con il cappellino di quell'altra, affidandosi più al nome (pardon, alla firma) piuttosto che al proprio gusto e alle proprie necessità. Tanti bambini targati e firmati diverranno altrettanti ragazzi incapaci di fare a meno del sostegno psicologico della firma che li rassicura: fate parte di questa società, comprate e sarete felici. Anche in questo caso il ruolo delle famiglie appare di grande importanza: i nostri ragazzi corrono infatti il rischio di rimanere preda di tanti persuasori occulti capaci di far credere loro che la vera libertà, la vera realizzazione di sé stia nel poter finalmente indossare quella maglietta firmata. E queste considerazioni possono spostarsi su tanti altri aspetti della vita quotidiana: si pensi soltanto al mito della magrezza, con tutte le conseguenze, spesso drammatiche che ne derivano. La storia della maglietta firmata è soltanto un esempio che però deve indicarci l'insostituibile ruolo educativo dei genitori, oggi sempre più affidato ad agenzie esteme: un bambino da piccolo educato a scegliere il modo di vestire a seconda dei propri gusti e necessità piuttosto che della pressione sociale, sarà capace di fare scelte ben più impegnative nella sua vita, tenendo conto di tanti altri fattori, oltre all'appartenenza ad un gruppo o ad un clan. Un approfondimento di queste tematiche, potrebbe essere un ulteriore segnale di attenzione alla realtà familiare da parte dei centri diocesani e un prezioso servizio per tanti genitori alla ricerca di comprensione, analisi lucida e disponibilità all'ascolto. |
| Inizio Pagina |