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Sono
in molti a pensare che per ridurre drasticamente il tasso di disoccupazione
in Italia, e garantire una maggior competitività, sia necessario
un regime all' americana di hire and fire, che vuol dire in sostanza "usa
e getta": massima libertà per le imprese non soltanto nell'
assunzione dei lavoratori che servono e solo quando servono, ma anche
nel loro licenziamento quando non servono più. A questa tesi, sindacato
e sinistra oppongono un argomento non disprezzabile: dalla ricerca economica
non risulta una correlazione sicura tra un aumento della libertà
di licenziamento e una riduzione del tasso di disoccupazione, o un aumento
della competitività delle imprese.
La cosa si può spiegare così: la protezione contro il licenziamento
è come un' assicurazione dei lavoratori contro le incertezze del
futuro, in cambio della quale i lavoratori stessi pagano un prezzo, una
sorta di "premio assicurativo"; per effetto dello Statuto del
1970 le imprese italiane si accollano un maggiore rischio, ma di fatto
pareggiano il conto pagando retribuzioni più basse. Ogni Paese
sceglie - e può farlo soltanto con una legge vincolante per tutti
- il grado che preferisce di copertura assicurativa a favore dei lavoratori,
pagandone il prezzo con una corrispondente riduzione del livello medio
dei loro redditi. Gli italiani - sostengono in sostanza sindacato e sinistra
- amano la sicurezza molto più degli americani, sono disposti a
pagarla di più, quindi hanno una legge più severa contro
i licenziamenti e l' anno scorso hanno votato in 10 milioni contro la
sua abrogazione. Il significato di quel referendum, però, può
essere rovesciato: l' anno scorso più di 30 milioni di elettori
hanno rifiutato di aderire all' appello unitario dei sindacati e della
maggior parte delle forze politiche a votare "no" alla liberalizzazione
dei licenziamenti: si sono dimostrati quanto meno indifferenti al riguardo.
Questo comportamento di tre quarti dell' elettorato può spiegarsi
con due dati, sui quali tutti gli economisti concordano (ma sindacato
e sinistra inspiegabilmente sorvolano): quanto più è rigida
la protezione dei lavoratori nel mercato regolare, tanto più è
difficile per i disoccupati e gli irregolari accedere all' area in cui
quella protezione si applica; e tanto più bassa è la percentuale
della popolazione complessiva che entra attivamente nel mercato del lavoro.
Non è un caso, dunque, che l' Italia, con il suo grado di stabilità
dei lavoratori regolari più alto d' Europa (oggi superata in questo
soltanto dalla Grecia), abbia anche il tasso più alto di "stabilità"
dei disoccupati e degli irregolari in tale loro scomoda posizione, nonché
uno dei tassi più esigui di partecipazione della popolazione al
mercato del lavoro. Ragioni serie di equità (superare la divisione
drastica nel mercato del lavoro italiano fra lavoratori iperprotetti e
lavoratori non protetti o disoccupati permanenti, che a conti fatti sono
più di metà del totale), oltre che ragioni altrettanto serie
di efficienza (favorire il necessario aumento della partecipazione degli
italiani al mercato del lavoro), deporrebbero dunque a favore di una attenuazione
della rigidità della disciplina dei licenziamenti, che almeno allinei
il nostro sistema con quello dei maggiori partner europei.
Queste ragioni interessano ovviamente poco ai 10 milioni di lavoratori
regolari oggi protetti dallo Statuto del 1970, quindi alle loro associazioni
sindacali; ma dovrebbero interessare molto a una sinistra che voglia ritornare
domani maggioranza nel Paese.
Piero Ichino
[Corriere della Sera 21-08-01]]
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