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Omelia
«L’anima
mia magnifica il Signore [47]e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
[48]perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata»
(Lc 1, 46-48).
Permettete m’introduca in questo momento di Celebrazione
con le parole della Vergine Maria, mentre con gioia, con trepidazione
e con riconoscenza faccio memoria della chiamata del Signore, cinquant’anni
di sacerdozio.
«[16]Non voi avete scelto
me, ma io ho scelto voi» (Gv 16, 16).
Mi servono queste parole, anche per dire un grazie a
tutti e a ciascuno di voi che mi siete vicino a diverso titolo in questa
Celebrazione.
Se faccio dei nomi – Resy - Fuci - Liceo - Azione Cattolica - S.
Francesco - S. Paolo… – e adesso magari avrò dimenticato
qualche nome, però ciascuno di voi sente una risonanza perché
ci sono gruppi di persone, ci sono coppie, ci sono famiglie… Ma
ho già potuto vedere, emozionandomi un po’, tanti volti.
Credo di avere avuto un difetto nella mia vita, di legarmi ai volti, alle
singole persone, aldilà e al didentro delle sigle e dei gruppi.
Voglio assicurare ciascuno di voi che qui, per quello che sono capace,
desidero veramente che ciascuno di voi sia su questo altare, in questa
Santa Messa, secondo le vostre intenzioni.
Chiara da par suo, con un accento di femminilità e di tenerezza,
che ho capito molto ho sentito molto e ho gustato molto, ha già
detto tante cose in positivo. Quando si sente raccontare il positivo ci
si augura sempre che sia tutto vero e tutto autentico quello che è
stato detto.
Il nostro don Antonio, per la verità mons. Vicario Generale, mi
ha fatto capire, a posteriori si dice, con il senno del poi,
tante cose che non sapevo bene di aver messo giù così. Però
da par suo ha detto una parola forte e bella, e lo ringrazio.
Nessuno dei due però ha detto dei miei limiti, delle mie omissioni,
delle mie paure, del non sempre aver saputo osare, del non sempre aver
saputo trovare il tempo per ciascuno di voi. Ne chiedo perdono al Signore
e colgo questa occasione unica di chiederlo anche a voi. Forse mi giustifico
un po’ pensando che davanti a Dio credo proprio di non aver mai
voluto trascurare, far soffrire qualcuno… davvero, sinceramente…
per amore di Dio ma anche per un’amicizia vera e sincera. Mi sta
venendo in mente il testamento di Don Milani, “caro Francuccio…
Non so se il Signore mi perdonerà, perché magari ho voluto
più bene a voi che a Dio.”
Nella realtà il cammino fatto ci ha requisiti un po’ tutti
e può essere che non siamo arrivati là dove potevamo, dove
dovevamo arrivare.
Ma soprattutto non è stata detta una cosa che
voglio dire io davanti a Dio, mentre ricordo questi cinquant’anni.
Siete voi la ragione del fatto che mi trovo qui! Siete voi la ragione
della mia fedeltà, della mia fede. Non solo perché senza
di voi non avrei mai fatto il “Cástore”, con chi c’è
venuto chiaramente… non lasciamoci prendere dai ricordi. Ma proprio
perché attraverso la vostra corrispondenza, la vostra serietà
e il vostro impegno mi avete costretto a cercare, a pregare, a crescere;
a crescere con voi, sperando di potere almeno starvi vicino. Io sento
molto questo, non vado a “disturbare i libri” per cercare
le prove della mia fede; basta che guardi i volti, le vite, che ho davanti;
che non si spiegherebbero se il Vangelo, se la grazia del Signore, se
il cammino di fede non avesse dato queste meraviglie.
Allora, permettete, voi avete preparato tanto bene, grazie a don Cesare
Ceruti di questa tua chiesa splendida, quando ci vengo dentro mi sento
ancora tremare le gambe. Siete venuti numerosi per dire auguri a me. Però
guardate che questa Santa Messa la celebro per voi, per ciascuno di voi,
perché questo è “un momento di Dio” che regala
a noi.
Ieri ho ricevuto un po’ di partecipazioni, ma una
lettera di una che non può essere presente, e si giustifica, mi
permetto di leggerla, così facciamo presente anche gli assenti.
E a Lei proprio devo questa espressione, “momento di Dio”
è questo; non “momento solo mio”, ma “momento
nostro”; non responsabilità e gioia mia, ma responsabilità
e gioia di tutti noi.
“Carissimo don Eliseo, fino all’ultimo
ho sperato di potere arrivare all’appuntamento di domenica quindici
per celebrare con te, e con “gli amici dell’anima questo
momento di Dio”. Ma fisicamente non ci sarò. Sono lì
però presentissima a rendere grazie a Dio per il dono della Sua
chiamata e del tuo lungo e fruttuoso servizio alla Chiesa che mi ha
dato la possibilità di appassionarmi ad essa sino a trovare la
strada che mi ha portato a dire a Dio anche il mio sì.
In questi anni, ne sono passati più di venti da quando sono partita,
il cuore si è sempre popolato, non tanto di ricordi o sentimenti,
parole o pensieri, ma di persone, di amici, e tu fra loro. Perché
legati dalla stessa esperienza di Dio hanno continuato a camminare,
magari in versanti diversi, ma in “cordata”.
È così quotidiano il sentire la presenza di ciascuno in
quel Sacramento vincolo di unità che ci uno anche se lontani
dagli occhi, l’Eucaristia. Ed è proprio a lui, a Gesù
Eucaristia, Dio in noi e fra noi, che ho chiesto per te e per gli “amici
dell’anima” la grazia e il dono di una speciale ed intima
unione con Lui.
Noi forse possiamo essere corona di quel Mistero-Sacramento che dopo
cinquant’anni apre un'altra tappa.
A Maria custode dei nostri sì affido il tuo santo viaggio nella
gioia di una nuova fraterna comunione”.
Barbara
Che dice bene che in questo momento noi siamo un po’
i rappresentanti di quella “cordata”, noi
siamo con gli “amici dell’anima” a cui il Signore ha
fatto tutte quelle cose di cui si è detto prima da parte di Chiara
e di don Antonio.
Sono stato un povero strumento e mi sono giustificato dicendo che mi sono
meravigliato che questo strumento abbia funzionato qualche volta, ma certamente
è perché il mistero di Dio, la sua santa grazia, la Parola…
le cose che sono state dette sono esattissime, ci hanno dato di stupirci
della nostra vita, della nostra esperienza, del nostro cammino. Noi non
abbiamo mai “abbassato le montagne”, noi abbiamo cercato insieme,
abbiamo pregato insieme, abbiamo faticato insieme, non ci siamo mai rassegnati
alla volgarità, all’appiattirsi sulla vita che passa e basta.
Ci siamo incoraggiati persino nello studio, nella ricerca, nella fatica…
Abbiamo “spinto fino a fondo l’acceleratore”. Se ne
eravamo capaci abbiamo espresso, ciascuno con i doni che il Signore gli
ha dato, la sua velocità, la sua vocazione, la sua realizzazione.
La mia commozione rivendendovi dopo tanti anni è
grande, ma ringrazio Dio dell’“efficacia del seme gettato”;
l’abbiamo coltivato insieme. Ma abbiamo allora insieme una responsabilità,
lasciate che lo dica, perché insieme abbiamo scoperto: non si può
vivere per vivere, ma bisogna davvero crearsi una gerarchia di valori
e assumersi le proprie responsabilità; noi abbiamo la responsabilità
di vedere che il cammino fatto è bello e giusto, che la fede è
feconda, che l’amore di Dio è una realtà, che il Vangelo
non è una utopia, che l’esperienza cristiana appaga bene.
Ed allora chiedo – a memoria di questa nostra Celebrazione
e a ricordo di quel bel Vangelo che c’è – a ciascuno
di noi di essere testimone, testimone di questa vita vissuta insieme.
Testimone, dice il Vangelo: è «un uomo mandato da Dio»
(Gv 1, 6). La prima testimonianza è il dono per favore della vostra
bella umanità, perché la vita grida più forte delle
parole. Testimone è colui, come Giovanni, che non sta solo a guardare
e prima che parlare si mette a servire. Noi abbiamo imparato che dà
senso alla nostra vita servire, fare qualche cosa per gli altri, primariamente
certo attraverso il proprio lavoro, la propria professionalità,
i propri doveri, ma anche trovando tempo e modo per servire.
Testimone, colui che ha visto dunque certifica, è però anche
la voce che dice: “raddrizzate le strade, «preparate la strada
al Signore» (Gv 1, 23).
I valori cristiani, noi abbiamo il dovere di testimoniarli perché
vivendoli abbiamo visto che pagano. Ma per favore non fermiamoci qui,
vi chiedo la testimonianza più personale.
Dice Giovanni: «In mezzo a voi c’è uno che voi non
conoscete» (Gv 1, 26). “Io l’ho visto: Gesù Cristo!”
(Gv 1, 34).
È stato Gesù Cristo che ci ha aiutati a camminare, a vivere,
ad arrivare fino qui, a raggiustare certe situazioni, a ritrovare il coraggio,
la forza, la vita della resurrezione! E noi dobbiamo trovare il coraggio
di confidare la nostra fede vera in Gesù Cristo agli amici più
cari, se vogliamo fare a loro un regalo. Non tutti hanno potuto fare l’esperienza
che abbiamo fatto noi, non tutti hanno sulle spalle cinquant’anni
di sacerdozio come il sottoscritto che vi parla.
Questi cari sacerdoti, alcuni sono giovanissimi, pimpanti e brillanti,
li invidio perché hanno tutto il tempo per donarsi e per fare ciò
che noi abbiamo tentato di fare.
Però chi ha sperimentato il sacerdozio, e ha speso il sacerdozio,
ed è arrivato a dei convincimenti, non più imparaticci ma
frutti dell’evidenza e dell’esperienza, specialmente dell’esperienza
fatta insieme, specialmente dell’esperienza anche sulla vita degli
altri, credo che debba trovare il tempo e il modo e il coraggio di dire:
guarda, che Gesù Cristo ti salva, come ha salvato me, come ha salvato
tanti miei amici e tante persone a cui voglio un mondo di bene.
Ebbene, insomma, bisogna che finisca…
Voglio chiedere a ciascuno di voi di considerare nella “cordata”
anche tanti amici che con il passare degli anni -abbiamo vissuto anche
degli anni non facili- ho un po’ perso per la strada, non nell’affetto,
non nella preghiera, non nella stima, tanti alunni che peraltro erano
i migliori… La contestazione, gli “anni settanta”…
e non è stato facile…
Pensate che a me seriamente è stato detto: “Ma
tu, perché spartisci con questa Chiesa? con questa religione che…?
Sembri anche un prete intelligente, vieni con noi, pianta lì questo
mestiere! Facciamo… aiutiamo veramente…”.
Gente in buona fede, gente che ha donato, gente che si è spesa,
che si sta spendendo. Voglio sentirli spiritualmente in questo momento
presenti nella nostra “cordata”, perché noi ci siamo
sempre detti la battuta di don Milani e della sorella Elena: “Essere
religiosi ed essere cristiani è una fortuna e non un obbligo. Mi
può dispiacere per te se non hai “questa fortuna”,
ma non che tu faccia delle scelte conformi alla tua coscienza.”
Noi ci siamo sempre educati alla libertà di coscienza e alla responsabilità
personale, e abbiamo sempre distinto le persone dal loro pensare.
È fondativo però che, accanto a queste
persone care, la “cordata” metta dentro anche alcuni che ci
hanno già preceduto e che voglio ricordare.
Perché in questa chiesa tanti anni fa feci il primo funerale di
un mio alunno, si chiamava Giorgio Castelli. Noi crediamo nella “comunione
dei santi” nella “remissione dei peccati”, nella “resurrezione
della carne”, nella “vita eterna”.
Penso a Giorgio Castelli, a Gianni Razzini, alla Luciana Bergonzi, a Pia
Pozzoli, a don Bergamaschi, don Venturini, don Corbelletta.
Ma mi ricordo anche di mons. Malchiodi che mi ha mandato in mezzo a voi.
E gli dicevo: “Ma insomma come devo fare?”. E lui: “Te
lo diranno loro! Imparerai da loro”. Quanto era profeta questo Santo
Vescovo.
Ma vorrei mettere vicino anche i vostri, i nostri comuni morti, perché
in questi anni la vita forse ha strappato via; e qualcuno ci soffre ancora.
Però questa nostra testimonianza comune che serve ai vivi, serve
anche per riuscire a credere nella vita eterna. Il cammino della vita
passa, e noi intendiamo “non rompere la cordata” perché
il cammino che il Signore ci ha preparato ci aspetta.
Forse qualcuno di voi, anzi senza forse perché ho visto che ci
sono, deve avere ancora in casa una medaglia d’oro che quando eravamo
ai primi tempi della FUCI davamo a tutti i laureati freschi. E venne mi
ricordo proprio il povero Mons. Malchiodi a darla: “Ai tuoi universitari,
fai bene a tenerci perché hanno tante responsabilità. La
cultura. Fortunato chi ha potuto studiare.”
C’era scritto «prendi il largo»: Duc in altum!
(Lc 5, 4).
Sto meditando sulla spiritualità
di Giovanni Battista il testimone che dice: “Io sono l’amico
dello Sposo. Lui deve crescere, io devo diminuire” (Gv 3, 29-30).
Cinquant’anni di sacerdozio vogliono dire tante cose, quindi occorre
anche imparare a lasciare spazio, non dico a “tirare i remi in barca”,
ma a prepararsi ad altre cose.
Voi siete, vedo, nel pieno della vita. Testimoniate con la vita. Testimoniate
con il servizio. Testimoniate con i valori cristiani. Testimoniate Gesù
Cristo. Il bello viene ancora. È indietro. Mi costa dire questa
parola perché anch’io vorrei potere rimettermi in cammino
e slargare le braccia, convocare tanti, tanti, tanti amici che ci sono
in giro oggi… Ma il tempo è passato, a voi invece è
donato di portare avanti. Il Signore compirà certamente l’opera
iniziata. L’esperienza fatta non seppellitela. Passate parola.
Mi fermo qui perché fatico a non pensare a tante persone che sono
disperse nelle nostre comunità parrocchiali. Qualche volta incontrandole
mi sono chiesto: “Ma chi è quel Dio che vi aiuta ad essere
così bravi? Come mai? Come fate?”. Cercate di passare parola,
la fedeltà al Signore paga bene. Il cristianesimo è difficile
ma è felice.
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