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Parlare
insieme o morire insieme: dilemma di tutto il pianeta
Chi “fa il male”, infligge dolore e sofferenza o ordina agli
altri di farlo, è stato in passato ed è ancora oggi generalmente
esaminato e analizzato come “esecutore”. Si è dato
per scontato che l’azione malvagia sia legata casualmente a caratteristiche
“naturali” o “alimentate” di chi la commette o
a situazioni parimenti peculiari, nelle quali gli eventuali criminali
si trovano solo in parte, o addirittura affatto, per loro scelta.
Chi, pur non avendo causato alcun dolore né sofferenza con le proprie
azioni, ma vedendo perpetrare il male o sapendo che si sta perpetrando
o sta per essere commesso, non opponeva alcuna resistenza ad esso, veniva
generalmente esaminato e analizzato come “spettatore”. Una
parte integrante della definizione di “spettatore”, di fatto
una delle sue principali caratteristiche, era il non essere fra i criminali.
Il classico triangolo di ruoli interpretati nel corso di un’azione
criminosa separa gli spettatori dagli attori non meno radicalmente che
dalle vittime.
Tuttavia, esiste un’affinità fra “fare il male”
e “non opporsi al male”. Ciò che collega questi due
aspetti, secondo il vocabolario di Stanley Cohen,1 è la loro disperata
negazione della colpa. La negazione rende il perpetrare il male e l’astenersi
al reagire ad esso psicologicamente e sociologicamente possibili. La negazione
è per entrambi uno strumento principale e una condizione indispensabile.
La “negazione” è la risposta a interrogativi angoscianti,
“che cosa ne facciamo della nostra conoscenza del dolore degli altri
e che cosa opera in noi questa conoscenza?”, gli interrogativi che
sorgono quando “persone, organizzazioni, governi o intere società
ricevono informazioni troppo inquietanti, minacciose o anomale per poter
essere assorbite del tutto o apertamente riconosciute”. L’informazione
viene, quindi, in qualche modo repressa, rinnegata, accantonata o reinterpretata.2
Esistono molte forme di negazione della colpa (o di pretesa di innocenza,
che è la stessa cosa), ma gli argomenti a cui si ricorre sono straordinariamente
simili. La negazione ha una struttura a due strati (mancanza di conoscenza
e mancanza dell’opportunità di agire sulla conoscenza), che
possono facilmente adattarsi a tutti gli argomenti più utilizzati.
Privati dei loro abbellimenti, tutti gli argomenti rivelano l’uno
o l’altro dei seguenti modelli: “Non sapevo” oppure
“Non ho potuto fare nulla”. Il primo, una risposta diretta,
non ponderata, per lo più estemporanea alla dissonanza cognitiva,
è “Io non sapevo” (che alcuni soffrissero, che il dolore
venisse inflitto loro da altri, che accadessero cose tanto orribili all’estremità
della catena di azioni di cui la mia azione era solo uno dei tanti anelli).
Se l’argomento dell’ignoranza perde credibilità, giunge
in aiuto quello dell’impotenza (non avevo scelta, perché
l’alternativa al non fare nulla era anch’essa orribile; inoltre,
non sarebbe cambiato nulla qualunque cosa avessi o non avessi fatto –
le circostanze non lasciavano scelta).
puoi scaricare
il documento originale messo a disposione dal Servizio per il Progetto
Culturale ....qui
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