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2001 |
Pubblichiamo
la parte finale del documento Pontificio, chi fosse interessato a prendere
visione dell'originale può visitare l'archivio
del Vaticano o sacricare da QUI
la versione in formato Zip.
Scommettere
sulla carità
49. Dalla comunione intra-ecclesiale, la carità si apre per sua
natura al servizio universale, proiettandoci nell'impegno di un amore
operoso e concreto verso ogni essere umano. È un ambito, questo,
che qualifica in modo ugualmente decisivo la vita cristiana, lo stile
ecclesiale e la programmazione pastorale. Il secolo e il millennio che
si avviano dovranno ancora vedere, ed anzi è auspicabile che lo
vedano con forza maggiore, a quale grado di dedizione sappia arrivare
la carità verso i più poveri. Se siamo ripartiti davvero
dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel
volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi: "
Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato
da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito,
malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi "
(Mt 25,35-36). Questa pagina non è un semplice invito alla carità:
è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul
mistero di Cristo. Su questa pagina, non meno che sul versante dell'ortodossia,
la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo.
Certo, non va dimenticato che nessuno può essere escluso dal nostro
amore, dal momento che " con l'incarnazione il Figlio di Dio si è
unito in certo modo a ogni uomo ".35 Ma stando alle inequivocabili
parole del Vangelo, nella persona dei poveri c'è una sua presenza
speciale, che impone alla Chiesa un'opzione preferenziale per loro. Attraverso
tale opzione, si testimonia lo stile dell'amore di Dio, la sua provvidenza,
la sua misericordia, e in qualche modo si seminano ancora nella storia
quei semi del Regno di Dio che Gesù stesso pose nella sua vita
terrena venendo incontro a quanti ricorrevano a lui per tutte le necessità
spirituali e materiali.
50. In effetti sono tanti, nel nostro tempo, i bisogni che interpellano
la sensibilità cristiana. Il nostro mondo comincia il nuovo millennio
carico delle contraddizioni di una crescita economica, culturale, tecnologica,
che offre a pochi fortunati grandi possibilità, lasciando milioni
e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese
con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità
umana. È possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore
di fame? chi resta condannato all'analfabetismo? chi manca delle cure
mediche più elementari? chi non ha una casa in cui ripararsi?
Lo scenario della povertà può allargarsi indefinitamente,
se aggiungiamo alle vecchie le nuove povertà, che investono spesso
anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma
esposte alla disperazione del non senso, all'insidia della droga, all'abbandono
nell'età avanzata o nella malattia, all'emarginazione o alla discriminazione
sociale. Il cristiano, che si affaccia su questo scenario, deve imparare
a fare il suo atto di fede in Cristo decifrandone l'appello che egli manda
da questo mondo della povertà. Si tratta di continuare una tradizione
di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime
espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva. È
l'ora di una nuova " fantasia della carità ", che si
dispieghi non tanto e non solo nell'efficacia dei soccorsi prestati, ma
nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così
che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna
condivisione.
Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità
cristiana, come " a casa loro ". Non sarebbe, questo stile,
la più grande ed efficace presentazione della buona novella del
Regno? Senza questa forma di evangelizzazione, compiuta attraverso la
carità e la testimonianza della povertà cristiana, l'annuncio
del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere
incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l'odierna società
della comunicazione quotidianamente ci espone. La carità delle
opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole.
Le sfide odierne
51. E come poi tenerci in disparte di fronte alle prospettive di un dissesto
ecologico, che rende inospitali e nemiche dell'uomo vaste aree del pianeta?
O rispetto ai problemi della pace, spesso minacciata con l'incubo di guerre
catastrofiche? O di fronte al vilipendio dei diritti umani fondamentali
di tante persone, specialmente dei bambini? Tante sono le urgenze, alle
quali l'animo cristiano non può restare insensibile.
Un impegno speciale deve riguardare alcuni aspetti della radicalità
evangelica che sono spesso meno compresi, fino a rendere impopolare l'intervento
della Chiesa, ma che non possono per questo essere meno presenti nell'agenda
ecclesiale della carità. Mi riferisco al dovere di impegnarsi per
il rispetto della vita di ciascun essere umano dal concepimento fino al
suo naturale tramonto. Allo stesso modo, il servizio all'uomo ci impone
di gridare, opportunamente e importunamente, che quanti s'avvalgono delle
nuove potenzialità della scienza, specie sul terreno delle biotecnologie,
non possono mai disattendere le esigenze fondamentali dell'etica, appellandosi
magari ad una discutibile solidarietà, che finisce per discriminare
tra vita e vita, in spregio della dignità propria di ogni essere
umano.
Per l'efficacia della testimonianza cristiana, specie in questi ambiti
delicati e controversi, è importante fare un grande sforzo per
spiegare adeguatamente i motivi della posizione della Chiesa, sottolineando
soprattutto che non si tratta di imporre ai non credenti una prospettiva
di fede, ma di interpretare e difendere i valori radicati nella natura
stessa dell'essere umano. La carità si farà allora necessariamente
servizio alla cultura, alla politica, all'economia, alla famiglia, perché
dappertutto vengano rispettati i principi fondamentali dai quali dipende
il destino dell'essere umano e il futuro della civiltà.
52. Tutto questo ovviamente dovrà essere realizzato con uno stile
specificamente cristiano: saranno soprattutto i laici a rendersi presenti
in questi compiti in adempimento della vocazione loro propria, senza mai
cedere alla tentazione di ridurre le comunità cristiane ad agenzie
sociali. In particolare, il rapporto con la società civile dovrà
configurarsi in modo da rispettare l'autonomia e le competenze di quest'ultima,
secondo gli insegnamenti proposti dalla dottrina sociale della Chiesa.
È noto lo sforzo che il Magistero ecclesiale ha compiuto, soprattutto
nel secolo XX, per leggere la realtà sociale alla luce del Vangelo
ed offrire in modo sempre più puntuale ed organico il proprio contributo
alla soluzione della questione sociale, divenuta ormai una questione planetaria.
Questo versante etico-sociale si propone come dimensione imprescindibile
della testimonianza cristiana: si deve respingere la tentazione di una
spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe
con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell'Incarnazione
e, in definitiva, con la stessa tensione escatologica del cristianesimo.
Se quest'ultima ci rende consapevoli del carattere relativo della storia,
ciò non vale a disimpegnarci in alcun modo dal dovere di costruirla.
Rimane più che mai attuale, a tal proposito, l'insegnamento del
Concilio Vaticano II: " Il messaggio cristiano, lungi dal distogliere
gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall'incitarli a disinteressarsi
del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con
un obbligo ancora più stringente ".36
Un segno concreto
53. Per dare un segno di questo indirizzo di carità e di promozione
umana, che si radica nelle intime esigenze del Vangelo, ho voluto che
lo stesso Anno giubilare, tra i numerosi frutti di carità che già
ha prodotto nel corso del suo svolgimento - penso, in particolare, all'aiuto
offerto a tanti fratelli più poveri per consentir loro di prendere
parte al Giubileo - lasciasse anche un'opera che costituisse, in qualche
modo, il frutto e il sigillo della carità giubilare. Molti pellegrini,
infatti, hanno in diversi modi versato il loro obolo e, insieme con loro,
anche molti protagonisti dell'attività economica hanno offerto
sostegni generosi, che sono serviti ad assicurare una conveniente realizzazione
dell'evento giubilare. Saldati i conti delle spese che è stato
necessario affrontare nel corso dell'anno, il denaro che si sarà
potuto risparmiare dovrà essere destinato a finalità caritative.
È importante infatti che da un evento religioso tanto significativo
sia allontanata ogni parvenza di speculazione economica. Ciò che
sopravanzerà servirà a ripetere anche in questa circostanza
l'esperienza vissuta tante altre volte nel corso della storia da quando,
agli inizi della Chiesa, la comunità di Gerusalemme offrì
ai non cristiani lo spettacolo commovente di uno spontaneo scambio di
doni, fino alla comunione dei beni, a favore dei più poveri (cfr
At 2,44-45).
L'opera che verrà realizzata sarà soltanto un piccolo rivolo
che confluirà nel grande fiume della carità cristiana che
percorre la storia. Piccolo, ma significativo rivolo: il Giubileo ha spinto
il mondo a guardare verso Roma, la Chiesa " che presiede alla carità
"37 ed a recare a Pietro il proprio obolo. Ora la carità manifestata
nel centro della cattolicità torna, in qualche modo, a volgersi
verso il mondo attraverso questo segno, che vuole restare come frutto
e memoria viva della comunione sperimentata in occasione del Giubileo.
Dialogo e missione
54. Un nuovo secolo, un nuovo millennio si aprono nella luce di Cristo.
Non tutti però vedono questa luce. Noi abbiamo il compito stupendo
ed esigente di esserne il " riflesso ". È il mysterium
lunae così caro alla contemplazione dei Padri, i quali indicavano
con tale immagine la dipendenza della Chiesa da Cristo, Sole di cui essa
riflette la luce.38 Era un modo per esprimere quanto Cristo stesso dice,
presentandosi come " luce del mondo " (Gv 8,12) e chiedendo
insieme ai suoi discepoli di essere " la luce del mondo " (Mt
5,14).
È un compito, questo, che ci fa trepidare, se guardiamo alla debolezza
che ci rende tanto spesso opachi e pieni di ombre. Ma è compito
possibile, se esponendoci alla luce di Cristo, sappiamo aprirci alla grazia
che ci rende uomini nuovi.
55. È in quest'ottica che si pone anche la grande sfida del dialogo
interreligioso, nel quale il nuovo secolo ci vedrà ancora impegnati,
nella linea indicata dal Concilio Vaticano II.39 Negli anni che hanno
preparato il Grande Giubileo la Chiesa ha tentato, anche con incontri
di notevole rilevanza simbolica, di delineare un rapporto di apertura
e dialogo con esponenti di altre religioni. Il dialogo deve continuare.
Nella condizione di più spiccato pluralismo culturale e religioso,
quale si va prospettando nella società del nuovo millennio, tale
dialogo è importante anche per mettere un sicuro presupposto di
pace e allontanare lo spettro funesto delle guerre di religione che hanno
rigato di sangue tanti periodi nella storia dell'umanità. Il nome
dell'unico Dio deve diventare sempre di più, qual è, un
nome di pace e un imperativo di pace.
56. Ma il dialogo non può essere fondato sull'indifferentismo religioso,
e noi cristiani abbiamo il dovere di svilupparlo offrendo la testimonianza
piena della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15). Non dobbiamo
aver paura che possa costituire offesa all'altrui identità ciò
che è invece annuncio gioioso di un dono che è per tutti,
e che va a tutti proposto con il più grande rispetto della libertà
di ciascuno: il dono della rivelazione del Dio-Amore che " ha tanto
amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito " (Gv 3,16). Tutto
questo, come è stato anche recentemente sottolineato dalla Dichiarazione
Dominus Iesus, non può essere oggetto di una sorta di trattativa
dialogica, quasi fosse per noi una semplice opinione: è invece
per noi grazia che ci riempie di gioia, è notizia che abbiamo il
dovere di annunciare.
La Chiesa, pertanto, non si può sottrarre all'attività missionaria
verso i popoli, e resta compito prioritario della missio ad gentes l'annuncio
che è nel Cristo, " Via, Verità e Vita " (Gv 14,6),
che gli uomini trovano la salvezza. Il dialogo interreligioso " non
può semplicemente sostituire l'annuncio, ma resta orientato verso
l'annuncio ".40 Il dovere missionario, d'altra parte, non ci impedisce
di andare al dialogo intimamente disposti all'ascolto. Sappiamo infatti
che, di fronte al mistero di grazia infinitamente ricco di dimensioni
e di implicazioni per la vita e la storia dell'uomo, la Chiesa stessa
non finirà mai di indagare, contando sull'aiuto del Paraclito,
lo Spirito di verità (cfr Gv 14,17), al quale appunto compete di
portarla alla " pienezza della verità " (cfr Gv 16,13).
Questo principio è alla base non solo dell'inesauribile approfondimento
teologico della verità cristiana, ma anche del dialogo cristiano
con le filosofie, le culture, le religioni. Non raramente lo Spirito di
Dio, che " soffia dove vuole " (Gv 3,8), suscita nell'esperienza
umana universale, nonostante le sue molteplici contraddizioni, segni della
sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo a comprendere
più profondamente il messaggio di cui sono portatori. Non è
stato forse con questa umile e fiduciosa apertura che il Concilio Vaticano
II si è impegnato a leggere i " segni dei tempi? ".41
Pur attuando un operoso e vigile discernimento, per cogliere i "
veri segni della presenza o del disegno di Dio ",42 la Chiesa riconosce
che non ha solo dato, ma anche " ricevuto dalla storia e dallo sviluppo
del genere umano ".43 Questo atteggiamento di apertura e insieme
di attento discernimento il Concilio lo ha inaugurato anche nei confronti
delle altre religioni. Tocca a noi seguirne l'insegnamento e la traccia
con grande fedeltà.
Nella luce del Concilio
57. Quanta ricchezza, carissimi Fratelli e Sorelle, negli orientamenti
che il Concilio Vaticano II ci ha dato! Per questo, in preparazione al
Grande Giubileo, ho chiesto alla Chiesa di interrogarsi sulla ricezione
del Concilio.44 È stato fatto? Il Convegno che si è tenuto
qui in Vaticano è stato un momento di questa riflessione, e mi
auguro che altrettanto si sia fatto, in diversi modi, in tutte le Chiese
particolari. A mano a mano che passano gli anni, quei testi non perdono
il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi
vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati,
come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione
della Chiesa. A Giubileo concluso sento più che mai il dovere di
additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato
nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci
nel cammino del secolo che si apre. CONCLUSIONE
DUC IN ALTUM!
58. Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla
Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull'aiuto di Cristo.
Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore
dell'uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti
per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti.
Non è stato forse per riprendere contatto con questa fonte viva
della nostra speranza, che abbiamo celebrato l'Anno giubilare? Ora il
Cristo contemplato e amato ci invita ancora una volta a metterci in cammino:
" Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo " (Mt 28,19). Il
mandato missionario ci introduce nel terzo millennio invitandoci allo
stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora: possiamo
contare sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e
ci spinge oggi a ripartire sorretti dalla speranza " che non delude
" (Rm 5,5).
Il nostro passo, all'inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più
spedito nel ripercorrere le strade del mondo. Le vie sulle quali ciascuno
di noi, e ciascuna delle nostre Chiese, cammina, sono tante, ma non v'è
distanza tra coloro che sono stretti insieme dall'unica comunione, la
comunione che ogni giorno si alimenta alla mensa del Pane eucaristico
e della Parola di vita. Ogni domenica il Cristo risorto ci ridà
come un appuntamento nel Cenacolo, dove la sera del "primo giorno
dopo il sabato" (Gv 20,19) si presentò ai suoi per "
alitare " su di loro il dono vivificante dello Spirito e iniziarli
alla grande avventura dell'evangelizzazione.
Ci accompagna in questo cammino la Vergine Santissima, alla quale, qualche
mese fa, insieme con tanti Vescovi convenuti a Roma da tutte le parti
del mondo, ho affidato il terzo millennio. Tante volte in questi anni
l'ho presentata e invocata come " Stella della nuova evangelizzazione
". La addito ancora, come aurora luminosa e guida sicura del nostro
cammino. "Donna, ecco i tuoi figli", le ripeto, riecheggiando
la voce stessa di Gesù (cfr Gv 19,26), e facendomi voce, presso
di lei, dell'affetto filiale di tutta la Chiesa.
59. Carissimi Fratelli e Sorelle! Il simbolo della Porta Santa si chiude
alle nostre spalle, ma per lasciare più spalancata che mai la porta
viva che è Cristo. Non è a un grigio quotidiano che noi
torniamo, dopo l'entusiasmo giubilare. Al contrario, se autentico è
stato il nostro pellegrinaggio, esso ha come sgranchito le nostre gambe
per il cammino che ci attende. Dobbiamo imitare lo slancio dell'apostolo
Paolo: " Proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare
al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù
" (Fil 3,13-14). Dobbiamo imitare insieme la contemplazione di Maria,
che, dopo il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme, ritornava
nella casa di Nazareth meditando nel suo cuore il mistero del Figlio (cfr
Lc 2,51).
Gesù risorto, che si accompagna a noi sulle nostre strade, lasciandosi
riconoscere, come dai discepoli di Emmaus " nello spezzare il pane
" (Lc 24,35), ci trovi vigili e pronti per riconoscere il suo volto
e correre dai nostri fratelli a portare il grande annuncio: " Abbiamo
visto il Signore! " (Gv 20,25).
È questo il frutto tanto auspicato del Giubileo dell'Anno Duemila,
il Giubileo che ha riproposto al vivo ai nostri occhi il mistero di Gesù
di Nazareth, Figlio di Dio e Redentore dell'uomo. Mentre esso si conclude
e ci apre a un futuro di speranza, salga al Padre, attraverso Cristo,
nello Spirito Santo, la lode e il ringraziamento di tutta la Chiesa.
Con questo auspicio invio a tutti dal profondo del cuore la mia Benedizione.
Dal Vaticano, il 6 gennaio, Solennità dell'Epifania del Signore,
dell'anno 2001, ventitreesimo di Pontificato.
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