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febb
2001 |
La carità non tiene conto del male ricevuto" (1 Cor 13, 5)
1. "Ecco, noi saliamo a Gerusalemme" (Mc 10, 33). Con queste
parole il Signore invita i discepoli a percorrere con Lui il cammino che
dalla Galilea conduce al luogo dove si consumerà la sua missione
redentrice. Questo cammino verso Gerusalemme, che gli Evangelisti presentano
come il coronamento dell'itinerario terreno di Gesù, costituisce
il modello della vita del cristiano, impegnato a seguire il Maestro sulla
via della Croce. Anche agli uomini e alle donne di oggi Cristo rivolge
l'invito a "salire a Gerusalemme". Lo rivolge con forza particolare
in Quaresima, tempo favorevole per convertirsi e ritrovare la piena comunione
con Lui, partecipando intimamente al mistero della sua morte e risurrezione.
La Quaresima, pertanto, rappresenta per i credenti l'occasione propizia
di una profonda revisione di vita. Nel mondo contemporaneo, accanto a
generosi testimoni del Vangelo, non mancano battezzati che, dinanzi all'esigente
appello ad intraprendere la "salita verso Gerusalemme", assumono
un atteggiamento di sorda resistenza ed a volte anche di aperta ribellione.
Sono situazioni in cui l'esperienza della preghiera è vissuta in
modo piuttosto superficiale, così che la parola di Dio non incide
nell'esistenza. Lo stesso Sacramento della Penitenza è ritenuto
da molti insignificante e la Celebrazione eucaristica domenicale soltanto
un dovere da assolvere.
Come accogliere l'invito alla conversione che Gesù ci rivolge anche
in questa Quaresima? Come realizzare un serio cambiamento di vita? Occorre
innanzitutto aprire il cuore ai toccanti messaggi della liturgia. Il periodo
che prepara alla Pasqua rappresenta un provvidenziale dono del Signore
ed una preziosa possibilità per avvicinarsi a Lui, rientrando in
se stessi e mettendosi in ascolto dei suoi interiori suggerimenti.
2. Ci sono cristiani che pensano di poter fare a meno di tale costante
sforzo spirituale, perché non avvertono l'urgenza di confrontarsi
con la verità del Vangelo. Essi tentano di svuotare e rendere innocue,
perché non turbino il loro modo di vivere, parole come: "Amate
i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano" (Lc 6, 27).
Tali parole, per queste persone, risuonano quanto mai difficili da accettare
e da tradurre in coerenti comportamenti di vita. Sono infatti parole che,
se prese sul serio, obbligano ad una radicale conversione. Invece, quando
si è offesi e feriti, si è tentati di cedere ai meccanismi
psicologici dell'autocompassione e della rivalsa, ignorando l'invito di
Gesù ad amare il proprio nemico. Eppure le vicende umane d'ogni
giorno mettono in luce, con grande evidenza, quanto il perdono e la riconciliazione
siano irrinunciabili per porre in essere un reale rinnovamento personale
e sociale. Questo vale nelle relazioni interpersonali, ma anche nei rapporti
fra comunità e fra nazioni.
3. I numerosi e tragici conflitti che dilaniano l'umanità, scaturiti
talvolta anche da malintesi motivi religiosi, hanno scavato solchi di
odio e di violenza tra popoli e popoli. A volte, questo avviene anche
tra gruppi e fazioni all'interno di una stessa nazione. Si assiste infatti
talora, con un doloroso senso di impotenza, al riaffiorare di lotte che
si credevano definitivamente sopite e si ha l'impressione che alcuni popoli
siano coinvolti in una spirale di violenza inarrestabile, che continuerà
a mietere vittime e vittime, senza una concreta prospettiva di soluzione.
E gli auspici di pace, che si levano da ogni parte del mondo, risultano
inefficaci: l'impegno necessario per avviare verso la desiderata concordia
non riesce ad affermarsi.
Di fronte a questo inquietante scenario, i cristiani non possono restare
indifferenti. E' per questo che, nell'Anno giubilare appena concluso,
mi sono fatto voce della richiesta di perdono della Chiesa a Dio per i
peccati dei suoi figli. Siamo ben consapevoli che le colpe dei cristiani
ne hanno purtroppo offuscato il volto immacolato, ma, confidando nell'amore
misericordioso di Dio che non tiene conto del male in vista del pentimento,
sappiamo anche di poter continuamente riprendere fiduciosi il cammino.
L'amore di Dio trova la sua espressione più alta proprio quando
l'uomo, peccatore e ingrato, viene riammesso alla piena comunione con
Lui. In quest'ottica, la "purificazione della memoria" costituisce
soprattutto la rinnovata confessione della misericordia divina, una confessione
che la Chiesa, ai suoi diversi livelli, è chiamata ogni volta a
fare propria con rinnovata convinzione.
4. L'unica via della pace è il perdono. Accettare e donare il perdono
rende possibile una nuova qualità di rapporti tra gli uomini, interrompe
la spirale dell'odio e della vendetta e spezza le catene del male, che
avvincono il cuore dei contendenti. Per le nazioni in cerca di riconciliazione
e per quanti auspicano una coesistenza pacifica tra individui e popoli,
non c'è altra via che questa: il perdono ricevuto ed offerto. Quanto
ricche di salutari insegnamenti risuonano le parole del Signore: "Amate
i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate
figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi
e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti"
(Mt 5, 44-45)! Amare chi ci ha offesi disarma l'avversario e può
trasformare in un luogo di solidale cooperazione anche un campo di battaglia.
E' una sfida, questa, che concerne le singole persone, ma anche le comunità,
i popoli e l'intera umanità. Interessa, in modo speciale, le famiglie.
Non è facile convertirsi al perdono ed alla riconciliazione. Riconciliarsi
può già apparire problematico quando all'origine c'è
una propria colpa. Se poi la colpa è dell'altro, riconciliarsi
può essere visto addirittura come irragionevole umiliazione. Per
fare un simile passo è necessario un cammino di interiore conversione;
occorre il coraggio dell'umile obbedienza al comando di Gesù. La
sua parola non lascia dubbi: non solo chi provoca l'inimicizia, ma anche
chi la subisce deve cercare la riconciliazione (cfr Mt 5, 23-24). Il cristiano
deve fare la pace anche quando si sente vittima di chi l'ha ingiustamente
offeso e percosso. Il Signore stesso ha agito così. Egli attende
che il discepolo lo segua, cooperando in tal modo alla redenzione del
fratello.
In questo nostro tempo, il perdono appare sempre più come dimensione
necessaria per un autentico rinnovamento sociale e per il consolidarsi
della pace nel mondo. La Chiesa, annunciando il perdono e l'amore per
i nemici, è consapevole di immettere nel patrimonio spirituale
dell'intera umanità un modo nuovo di rapportarsi agli altri; un
modo certo faticoso, ma ricco di speranza. In questo essa sa di poter
contare sull'aiuto del Signore, che mai abbandona chi a Lui ricorre nelle
difficoltà.
5. "La carità non tiene conto del male ricevuto" (1 Cor
13,5). In questa espressione della prima Lettera ai Corinti, l'apostolo
Paolo ricorda che il perdono è una delle forme più elevate
dell'esercizio della carità. Il periodo quaresimale rappresenta
un tempo propizio per meglio approfondire la portata di questa verità.
Mediante il Sacramento della riconciliazione, il Padre ci dona in Cristo
il suo perdono e questo ci spinge a vivere nella carità, considerando
l'altro non come un nemico, ma come un fratello.
Possa questo tempo di penitenza e di riconciliazione incoraggiare i credenti
a pensare e ad operare nel segno di una carità autentica, aperta
a tutte le dimensioni dell'uomo. Questo atteggiamento interiore li condurrà
a portare i frutti dello Spirito (cfr Gal 5, 22) e ad offrire con cuore
nuovo l'aiuto materiale a chi è nel bisogno.
Un cuore riconciliato con Dio e con il prossimo è un cuore generoso.
Nei giorni sacri della Quaresima la 'colletta' assume un significativo
valore, perché non si tratta di donare qualcosa del superfluo per
tranquillizzare la propria coscienza, ma di farsi carico con sollecitudine
solidale della miseria presente nel mondo. Considerare il volto dolorante
e le condizioni di sofferenza di tanti fratelli e sorelle non può
non spingere a condividere almeno parte dei propri beni con chi è
in difficoltà. E l'offerta quaresimale risulta ancor più
ricca di valore, se chi la compie si è liberato dal risentimento
e dall'indifferenza, ostacoli che tengono lontani dalla comunione con
Dio e con i fratelli.
Il mondo attende dai cristiani una coerente testimonianza di comunione
e di solidarietà. Sono al riguardo quanto mai illuminanti le parole
dell'apostolo Giovanni: "Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e
vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore,
come dimora in lui l'amore di Dio?" (1 Gv 3, 17).
Fratelli e Sorelle! San Giovanni Crisostomo, commentando l'insegnamento
del Signore sul cammino verso Gerusalemme, ricorda che Cristo non lascia
i discepoli ignari delle lotte e dei sacrifici che li attendono. Egli
sottolinea che rinunciare al proprio 'io' è difficile, ma non impossibile
quando si può contare sull'aiuto di Dio a noi concesso "mediante
la comunione con la persona di Cristo" (PG 58, 619 s).
Ecco perché, in questa Quaresima, desidero invitare tutti i credenti
ad un'ardente e fiduciosa preghiera al Signore, perché conceda
a ciascuno di fare una rinnovata esperienza della sua misericordia. Solo
questo dono ci aiuterà ad accogliere e vivere in modo sempre più
gioioso e generoso la carità di Cristo, che "non si adira,
non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace
della verità" (1 Cor 13, 5-6).
Con questi sentimenti invoco la protezione della Madre della Misericordia
sul cammino quaresimale dell'intera Comunità dei credenti e di
cuore imparto a ciascuno la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 7 Gennaio 2001
JOANNES PAULUS II
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